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21.04.2020

Salvatore Pillitteri – Avvocato myLawyer

Commento alla sentenza ss.uu. cass. pen. n. 12348/19.12.2019-16.04.2020

In data 16.04.2020, le Sezioni Unite Penali della Suprema Corte di cassazione hanno depositato la motivazione della sentenza n. 12348/19.12.2019.

Le Sezioni Unite sono state chiamate a risolvere un contrasto giurisprudenziale in relazione alla nozione giuridica della coltivazione di piante da cui siano ricavabili sostanze stupefacenti.

Il fatto storico vede come protagonista un ragazzo campano condannato sia in primo che in secondo grado per svariate condotte legate alla detenzione di sostanza stupefacente e, fra le altre, per coltivazione domiciliare di due piante di marijuana ramificate ma prive di infiorescenze. La Corte di appello di Napoli ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado con riferimento ad alcune condotte detentive ma ha confermato la condanna inflitta in primo grado in relazione alla coltivazione domestica delle due piantine. Il ragionamento seguito dal giudice di secondo grado è stato il seguente: “A fondamento della decisione, con specifico riferimento – per quel che è di interesse – al reato di coltivazione non autorizzata di sostanze stupefacenti, la Corte territoriale ha ritenuto che dovesse prescindersi dalla destinazione ad uso personale di quanto in sequestro e che, sotto altro profilo, l’offensività della condotta non potesse ritenersi esclusa dal mancato compimento del processo di maturazione dei vegetali, pur in assenza di principio attivo rinvenibile nell’immediatezza, potendosi desumere dall’avanzato stato di crescita, attestato dalla presenza di numerose ramificazioni, l’idoneità a rendere, all’esito di un fisiologico sviluppo, quantità significative di prodotto”.

La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite riguarda la nozione di “offensività in concreto” del reato di coltivazione non autorizzata di sostanze stupefacenti.

Il quesito è il seguente: “Se ai fini della configurabilità del reato di coltivazione di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, è sufficiente che la pianta, conforme al tipo botanico previsto, sia idonea, per il grado di maturazione, a produrre sostanza per il consumo non rilevando la quantità di principio attivo ricavabile nell’ immediatezza ovvero se è necessario verificare anche che l’attività sia concretamente idonea a ledere la salute pubblica ed a favorire la circolazione della droga alimentandone il mercato”.

Dopo aver ripercorso il quadro normativo di riferimento (art. 73 D.P.R. n. 309/09.10.1990) ed aver sviscerato la giurisprudenza costituzionale e di legittimità sul punto, le Sezioni Unite giungono alla conclusione che la condotta di coltivazione non autorizzata di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti sia da ricomprendere tra i reati di pericolo presunto per i quali la tutela viene anticipata. Infatti, la coltivazione produce quale logica e fisiologica conseguenza, l’incremento della provvista esistente di stupefacente che minaccia di ledere il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice e cioè la salute collettiva e dei singoli. Da questo assunto deriva che, sul piano dell’offensività, il reato di coltivazione di stupefacenti è ravvisabile anche quando la pianta non ha raggiunto uno stato di completa maturazione tale da consentire il rilievo della quantità di principio attivo nell’immediatezza dei controlli. È sufficiente la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine a giungere a maturazione e produrre sostanza stupefacente. Tuttavia, si deve aver riguardo alle modalità di coltivazione. Su questo frangente le Sezioni Unite adottano una distinzione tra la coltivazione tecnico-agraria di apprezzabili dimensioni e finalizzata al commercio e la coltivazione domestica caratterizzata da una produttività prevedibile come modestissima. I parametri per operare tale distinzione si fondano su presupposti che devono essere tutti necessariamente presenti: “la minima dimensione della coltivazione, il suo svolgimento in forma domestica e non in forma industriale, la rudimentalità delle tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, la mancanza di indici di un inserimento dell’attività nell’ambito del mercato degli stupefacenti, l’oggettiva destinazione di quanto prodotto all’uso personale esclusivo del coltivatore”.

Le Sezioni Unite hanno, in concreto, introdotto una graduazione della risposta punitiva per la coltivazione domestica di stupefacenti nei seguenti termini: “a) devono considerarsi lecite la coltivazione domestica, a fine di autoconsumo – alle condizioni sopra elencate – per mancanza di tipicità, nonché la coltivazione industriale che, all’esito del completo processo di sviluppo delle piante non produca sostanza stupefacente, per mancanza di offensività in concreto; b) la detenzione di sostanza stupefacente esclusivamente destinata al consumo personale, anche se ottenuta attraverso una coltivazione domestica penalmente lecita, rimane soggetta al regime sanzionatorio amministrativo dell’art. 75 del D.P.R. n. 309 del 1990; c) alla coltivazione penalmente illecita restano comunque applicabili l’art. 131 bis c.p., qualora sussistano i presupposti per ritenere la particolare tenuità, nonché, in via gradata, l’art. 73, comma 5 D.P.R. n. 309 del 1990, qualora sussistano i presupposti per ritenere la minore gravità del fatto”.      

Infine, le Sezioni Unite hanno affermato il seguente principio di diritto: “Il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente; devono però ritenersi escluse, in quanto non riconducibili all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore”.

Per l’ennesima volta i giudici hanno sopperito alle carenze del legislatore e hanno assunto il ruolo di pungolo per stimolare il Parlamento ad una revisione organica e puntuale della normativa sugli stupefacenti.

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